Lo Spigolo del Gran Bernardè, una prua sui Laghi d’Unghiasse

31 Ott 2019 | News

di Luca Enrico

Monte Gran Bernardé 2743 (Alpi Graie merid.- Catena spartiacque Val Grande, Valle dell’Orco) – Questa cima che presenta a ovest una muraglia di oltre 200 metri dal Vallone d’Unghiasse, è stata risalita per lo sperone ovest lungo un itinerario di 300 metri da G.C. Grassi con M. Lang in 3 ore e 30 il 15.10.1981, le difficoltà incontrate sono state valutate D.

La Rivista del Club Alpino Italiano – marzo-aprile 1982


Scartabellando vecchie riviste si fanno a volte delle belle scoperte o magari ci si meraviglia nel ritrovare relazionato un qualcosa, itinerario, parete o vetta che sia, che tante volte si è visto percorrendo un vallone, valicando un colle o spaziando con lo sguardo da una cima lontana, nelle perfette trasparenze di qualche giornata tersa.

E’ il caso del Gran Bernardè.

Quella bastionata, incombente sulla parte medio alta del Vallone di Unghiasse, non si può proprio non vedere e poi erano anni che quella relazione stringata ci girava per le mani, ogni tanto, estate dopo estate, ci ricapitava sotto gli occhi, quasi a volerci dire “ci sono anch’io”.

E anno dopo anno abbiamo sempre rimandato, non tanto per snobbarla, forse invece per serbarla come qualcosa di prezioso, da tirare fuori solo in un momento giusto o speciale, o forse ancora per il timore che prima o poi il sogno di realizzare quella salita così affascinante svanisse diventando realtà.

Una salita valutata “solo” D, di “soli” 300m. Pensando agli attuali parametri di difficoltà quelle “difficoltà discontinue di III, IV, V” (come recita la relazione riportata sul periodico Monti e Valli che aggiungeva, rispetto a quanto indicato sulla Rivista, questa informazione in più) che interesse potrebbero mai suscitare?

Eppure quell’elegante spigolo, che allungando il collo quasi potrebbe specchiarsi negli appartati e meravigliosi Laghi dell’Unghiasse, ha un fascino tutto suo.

Incredibilmente attrattivo.

Una salita probabilmente irripetuta che conserva intatta la bellezza della scoperta dopo un lungo approccio, distante dalle mode e dai sentieri battuti.

Quasi un simbolico ritornare all’alpinismo delle origini dove la dimensione del camminare era ingrediente necessario, dove l’incertezza e la scoperta non erano un limite, uno spauracchio da evitare per paura di “non portare a casa la salita”, ma viceversa erano un valore aggiunto.

Un lungo approccio che lascia il tempo alle riflessioni e che permette di vedere risvegliarsi, nelle prime ore del mattino, la montagna, di vedere il sole sfiorare prima le alte creste per poi inondare il vallone, facendo rilucere i mille cristalli incastonati sui massi delle pietraie.

Via via che saliamo la parete appare sempre più chiara, evidente, lo spigolo è lassù, in alto, una gigantesca prua incagliata nel caos dei blocchi di roccia, arenatasi a poca distanza dall’acqua dei Laghi. Ambiente magnifico e appartato. Grassi e Lang andarono il 15 ottobre, del 1981. Quanti anni che sono passati da allora, ben 38, quante cose che nel frattempo sono mutate, anche nel modo di fare alpinismo, ma quello spigolo è stato pazientemente in attesa che qualcun altro posasse su di esso lo sguardo, che lo prendesse nuovamente in considerazione.

Forse quasi disperava un po’, in un’era fatta di tecnicismo, gradi e difficoltà, in un’era in cui si è persa un po’ la poesia della “montagna”, della salita intesa a tutto tondo, completamente svincolata dalle dimensioni delle tacche, delle reglettes. E invece la scalata deve essere vista come il mezzo, e non il fine, per unire la base alla vetta.

Finalmente siamo sotto la grande prua, fa ancora freddo, da due giorni è estate, è il 23 giugno ma lì a nord la temperatura mattutina è ancora bassa, la neve ha abbandonato da poco il terreno, si vede chiaramente, probabilmente una settimana prima avremmo trovato ancora le cenge impiastrate e le colate della fusione avrebbero ancora striato la parete.

Ci portiamo sotto la verticale dello spigolo.

Incertezza.

Scoperta.

Partiamo. Sarà giusto l’attacco?

A sinistra sembra più facile ma anche più marcio. Dove siamo è bello, estetico, evidente. La fessura supera a sinistra lo strapiombo.

Difficile da sotto capire. Sarà difficile?…..eppure la relazione parla di “difficoltà discontinue di III, IV, V” .

Parte mio fratello.

La partenza non è proprio banale, sarà anche che si è freddi ma impegna subito. Poi ancora qualche metro e si volta dicendomi.

Un bong!!!

E sventola tra le mani il grosso bong argentato, che nonostante le sue dimensioni si è fatto sfilare a mano e senza sforzo dalla fessura. Lo ribatterò io a dovere, lasciandolo lì, muto e indefesso testimone e custode delle memorie di quel lontano giorno d’ottobre dell’81.

Sarà anche l’unico chiodo che troveremo su tutta la salita.

Alla faccia del V!

Il primo tiro prosegue nella fessura che piega a sinistra sotto al tetto….per niente facile. Anzi, un bel “tiraccio”. Diciamo pure un buon 6a / 6a+.

Certo viene da sorridere pensando a difficoltà che un falesista reputa modeste, difficoltà di riscaldamento, eppure qui tutto prende una dimensione tutta sua, particolare, completamente svincolata dai canoni della scalata sportiva.

Il tiro dopo viceversa è facile, il più facile della via, eppure impegnativo, su un terreno infido e marcio, reso ancor peggiore dalla recente fusione dell’ultima neve. Quasi impossibile da proteggere. La banalità del grado viene come amplificata dalla qualità della roccia.

Bisogna salire cauti, leggeri.

Finalmente il terrazzo di sosta.

La roccia da qui diviene bella, un bel “granito” rugoso.

Saliamo cercandoci la linea più bella, i passaggi più estetici con tratti di nuovo che non fanno certo sgradare il V grado dichiarato dai primi salitori.

Arriviamo a una grande terrazza di blocchi, finalmente il sole viene a farci compagnia!

Un canale di neve largo pochi metri ci divide dal salto successivo che appare molto estetico e verticale.

Tra le pietre scegliamo le lose migliori e cominciamo a farle cadere sulla neve del canale, ci creiamo un “ponte” che ci permetta di attraversare verso la parete, senza bagnarci piedi e scarpette.

L’ “opera” ci riesce nel migliore dei modi.

Il salto che affrontiamo è davvero bello, un’alternanza di fessure e tacche, con spostamenti continui nella ricerca del passaggio migliore. Un tiro di soddisfazione, un bel V grado degno di tante salite ben più classiche e conosciute.

Un caminetto formato da un enorme monolite ci permette di uscire sulla terrazza superiore.

Davanti a noi l’ultimo salto, qui la parete si fa più ampia, anche se dalla base la prua sembrava affilata ed evidente non è così. Una volta qui tutto cambia, anche la percezione della prospettiva.

Andiamo a vedere a sinistra o a destra?

Come sarà lì dietro?

Incertezza.

Scoperta.

Avventura.

Il piacere di scoprire l’itinerario, di costruirselo, senza l’omologazione a cui tante vie “moderne” portano.

Optiamo per salire una bella placca rugosa traversando poi oltre lo spigolo di destra.

Scelta ottima.

Arriviamo all’ultimo breve ma interessante saltino.

Siamo sul crestone che volendo conduce alla vetta del Gran Bernardè, laggiù a destra.

Sul versante Vassola c’è ancora parecchia neve, come d’altra parte anche nella parte alta dell’Unghiasse, da qui i laghi si vedono benissimo e sono ancora parzialmente gelati.

Bello essere qui in questa giornata di inizio estate, in un periodo di transizione, quando ancora i raggi del sole non sono riusciti a far fondere la neve dell’inverno.

Decidiamo di scendere traversando verso il Colle della Terra perché purtroppo lo stretto canale che corre a fianco dello spigolo è interrotto da un salto.

Per evitare la neve dopo il Colle divalliamo subito a sinistra puntando all’attacco……a pochi metri da questo siamo però costretti a fare una breve calata su un masso…

L’ultima piccola avventura di questa giornata.

Poi scendiamo riprendendo il sentiero.

Lo spigolo allora ci guarda quasi ringraziandoci per la visita.

Leggi la relazione della via alpinistica >

 

Luca Enrico

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