Le scarpette contano. Cronistoria di una salita… o di una discesa dall’Uja di Mondrone

7 Nov 2019 | News

Una delle scuse più in voga tra i climbers, per giustificare l’insuccesso su un tiro, è quella delle scarpette: troppo larghe, poco precise, troppo morbide ecc.

Dallo zaino saltano allora fuori le fogge più disparate di pedule: con i lacci, con il velcro, ballerine, rigide, morbide ecc. ecc… alla ricerca di quella giusta per chiudere il tiro.

Molto spesso però quella che sarebbe stata proprio adatta è rimasta casualmente a casa…

Insomma, la scarpetta non fa certo l’arrampicatore e non è certo fondamentale per salire…

Un giorno d’agosto degli anni ’90 decidemmo di andare a fare la classicissima Rosenkrantz sulla parete nord dell’Uja di Mondrone, oltre a me e mio fratello c’era il nostro amico Luca Brunati ed altri due amici.

Noi eravamo in villeggiatura a Cantoira e così fissammo l’appuntamento alla stazione di Ceres, a un’ora forse persino troppo antelucana per la salita che volevamo fare.

Luca partiva da Torino, era senz’auto e così si mise d’accordo con uno degli altri due.

Il mezzo dell’amico era già vetusto all’epoca, un residuato degli anni ’70-’80 già fuori produzione da parecchio tempo, con l’aggravante che lui ci aveva messo le mani per mantenerla funzionante, come ad esempio bloccare il radiatore con cunei in legno piantati tra lo stesso e la scocca…..

I minimi comfort a cui oggi siamo abituati, anche sulla più sgalfa delle auto, erano impensabili e l’assenza dell’autoradio poteva al limite essere supplita dal fischiettare del conducente.

Quando imboccarono la tangenziale Luca si accorse però che qualcosa di ben peggio del fischiettare stava avvenendo… era notte e la strada era pressochè buia…..i fari?

Fece notare la cosa all’amico che gli rispose che sì, effettivamente non funzionavano molto bene…

Vagare nella notte sulla Torino-Caselle non è la cosa più piacevole pertanto Luca, allungando le mani dal posto del passeggero, iniziò a schiacciare pulsanti che sembravano aver a che fare con le luci… qualcosa si accese… erano gli antinebbia.

Ma l’amico obiettò:

– Non so se è consentito viaggiare con gli antinebbia

…come fosse peggio avere gli antinebbia accesi che vagare nella notte a fari spenti…

Ma in qualche modo arrivarono a Ceres, che era ancora notte.

 

Poi tutti raggiungemmo Molera e nell’umido che precede l’alba iniziammo a salire nell’erba gocciolante di rugiada, almeno fin tanto che non arrivammo nell’anfiteatro dell’Alpe Le Piane, dove il mondo minerale si sostituisce a quello vegetale.

La giornata era tersissima, quando si arriva nei pressi del bivacco Molino la visione dell’estetico triangolo rossastro della nord è sempre un colpo d’occhio magnifico, la parete si svela d’un tratto in tutta la sua imponenza, in tutta la sua bellezza.

La conca pietrosa che si risale per giungere all’attacco è un luogo solitario ed appartato dove gli echi delle voci vengono riflessi dalle lisce lavagne che solo il serpentino sa formare.

Il serpentino, una roccia difficile. Può essere stupenda, rossastra, rugosa fino ad essere quasi tagliente, a tacche grippanti, compatto e solidissimo ma difficilissimo da proteggere, può essere però anche fragile ed infido, marcio a blocchi, oppure ancora può formare quegli scudi biancastri a striature nere, liscissimi, dove i piedi scivolano via, senza trovare il minimo attrito.

Una roccia varia il serpentino, cangiante, da saper interpretare, da saper prendere per il verso giusto, più enigmatica del granito o del calcare. Una roccia strana, relegata in posti particolari, sperduti e solitari, in fondo nessuno dei grandi e più famosi gruppi montuosi sono formati da questa pietra.

All’attacco ci concedemmo una pausa per mangiucchiare qualcosa e asciugarci al sole del mattino.

La dieta dell’alpinista può essere molto varia, dipende dai gusti personali, dall’appetito che si ha dopo una lunga marcia di approccio, da come si riesce a metabolizzare il cibo ingerito senza che risulti deleterio per il prosieguo dell’ascensione.

Tutti però ci stupimmo nel vedere come l’amico “autista” riuscisse a ingurgitare dei terribili panini farciti con tonno e uova sode, dall’aspetto anche quelli vagamente vetusto come la sua auto e meticolosamente avvolti nella carta di giornale.

In un impeto di generosità ce ne offrì anche un pezzo ma tutti declinammo cortesemente l’invito dichiarando di essere già sufficientemente sazi…

Finita la colazione componemmo le cordate. Io e mio fratello ci legammo con l’amico “autista” relegandolo all’ultimo posto nell’ordine delle cordate per timore che, su quel terreno non proprio sanissimo, staccasse qualche blocco… tanto dopo di noi all’attacco non c’era più nessuno.

Fu una scelta saggia perché nel primo tratto staccò un bel pezzo di montagna che fragorosamente rotolò alla base… ma fu anche una scelta saggia perché se non ci uccideva con le pietre lo avrebbe di certo fatto con certe terrificanti scorregge che tirava a seguito del suo pasto mattutino…

Dopo il tratto iniziale ricordo un terrazzino dove sostammo alla bell’è meglio, anche perché all’epoca non erano ancora state piazzate le soste a spit.

L’amico si propose di rafforzare la sosta posizionando un vecchio ed improbabile cordino su uno spuntoncino ancora più improbabile, che solo a guardarlo si sgretolava…

Aveva tutta una vasta gamma di cordini, molti ancora in canapa ritorta che sembravano arrivare direttamente dal più eroico degli alpinismi degli anni ’30, li usava anche come autobloccanti, tanto che si guadagnò, in verità a sua insaputa, il nomignolo “Prusik”.

Ricordo solo che lo guardai senza dire niente e partii per il tiro… tanto su quel terreno non bisognava comunque cadere… pensai…

La salita proseguì senza intoppi su per quel dedalo di pinnacoli e torrioni, sempre seguendo la linea più logica e più facile. Arrivammo in vetta.

Anche quella volta non potemmo esimerci dal suonare la campana, strana la vetta dell’Uja, con mio fratello ci sono stato 9 volte e mai uno stesso compagno è venuto con noi per due volte…

In realtà le volte sarebbero 10, se consideriamo anche l’ultimo via fatta, la via “Alla pagina seguente”, quando siamo andati a ripristinarla… e lì eravamo con il nostro amico Luca… però la via sbuca poco sotto la vetta, proprio sul sentiero di discesa, e così in quell’occasione non salimmo fino alla campana, forse quasi a non voler rompere quell’incantesimo.

Fatto sta che dopo una pausa iniziammo a scendere a piedi dalla normale.

Poco sotto la vetta vidi sopra di me l’amico “Prusik” che per ultimo aveva iniziato a scendere.

Sentii che diceva:

– Ohhhhh

Mi fermai a sentire se aveva bisogno ma lui alzò le braccia come in un saluto.

Ricambiai pur sfuggendomi perché mai dovesse salutarmi…

Continuammo a scendere e l’amico era sempre ultimo, finita la parte ripida giungemmo sul sentiero e via via si distanziò, rimanendo sempre più indietro.

Ma ormai lì non c’erano più pericoli, magari era solo un po’ stanco.

All’auto aspettammo un po’… poi arrivò.

Solo allora capimmo il perché della sua lentezza. Lo guardammo strabuzzando gli occhi.

Era sceso con le scarpette da arrampicata da poco sotto la vetta, proprio da dove l’avevo visto “salutarmi”!!!

Tirò fuori le scarpe da ginnastica dallo zaino… avevano la suola completamente scollata.

– Sono nuove, mai usate, ma hanno 10 anni, la colla era secca

Questa fu la spiegazione che ci diede…

Per fortuna che aveva delle pedule di quelle anni ’80, belle comode….

Insomma, la scarpetta conta, non per salire ma per scendere!

Luca Enrico

 

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