Sergio Marchisio

19 Nov 2025 | Articoli e racconti, News & Articoli, Personaggi

SERGIO MARCHISIO

 

Sergio verso il Colle della Crocetta

 

Un giorno, scorrendo per combinazione l’elenco dei soci del G.I.S.M. (Gruppo Italiano Scrittori Montagna https://www.gism.info/site/), trovo tra quelli defunti il nome di Sergio Marchisio, realizzando con dispiacere di non averne avuto in nessun modo notizia, nemmeno per vie traverse. D’altra parte erano ormai anni che purtroppo io e mio fratello Matteo ne avevamo perso completamente i contatti, da quando, probabilmente ormai malconcio per la salute, non mi era più stato dato modo di parlargli per fargli personalmente i consueti auguri telefonici per Natale.

Parlando poi con Marco Blatto, che del G.I.S.M. è presidente, vengo a sapere che la scomparsa risale addirittura al 2022 ma che erano già almeno 5 anni che non stava bene e che non poteva più uscire.

Sergio in una pausa. Colle della Crocetta

 

Sergio lo avevo conosciuto nel lontano 1989, incuriosito da un annuncio che aveva fatto sul mensile “Monti e Valli”, della sezione C.A.I. di Torino, per cercare volontari che potessero aiutarlo a “marcare” con la vernice bianca e rossa i sentieri delle Valli di Lanzo. Villeggiando entrambi in Val Grande iniziammo a combinare anche al di fuori della “marcatura”, nonostante Sergio, classe 1926, fosse di gran lunga più vecchio. Poco dopo si unì anche mio fratello, che all’epoca aveva solo 14 anni e che ebbe però così l’opportunità di approcciarsi giovanissimo all’alpinismo classico.

un giovanissimo Matteo Enrico alle prese con i ramponi

 

Quel periodo che, come tutte le cose che appartengo al passato, nella mia mente sembrava lunghissimo durò invece solamente pochissime stagioni, poi mio fratello ed io iniziammo assiduamente a scalare e la frequentazione alpinistica con Sergio cessò. Ogni estate però non mancavamo mai di andare a trovare lui e sua moglie Irma nella loro casa estiva di Cernesio, una piccola frazione sopra Ceres. In quell’occasione ci chiedeva sempre delle nostre avventure alpinistiche e tra un sorso e l’altro della bibita, che immancabilmente ci offriva, il tempo scorreva piacevolmente in chiacchere.

Nel 1991 sull’Abaron con Matteo Enrico

 

Con il trascorrere degli anni ci rendemmo conto che non riusciva più a fare ciò che avrebbe voluto, una delle ultime volte ci raccontò che in una semplice passeggiata, su una mulattiera sopra casa, aveva perso l’equilibrio cadendo di schiena e si paragonò a uno di quegli scarabei che, girati sul dorso, muovono le zampette senza riuscire a rimettersi in posizione. Una situazione “scabrosa”, come amava spesso dire. Poi un’estate trovammo la casa chiusa, le finestre sbarrate, il giardino incolto, anche i gatti del vicinato, che amavano gironzolare sulla terrazza della villetta, erano spariti e il campanello suonava nel nulla. Forse per non confessare a noi stessi che Sergio non ci avrebbe mai più offerto quella bibita tornammo pochi giorni dopo ma la scena si ripeté identica. Non ci voleva molto a capire che Sergio non avrebbe mai più occupato quella casa di villeggiatura che tanto amava, con la vista per metà sulla Val d’Ala e per metà sulla Val Grande. Non lo vedemmo più, sentendolo però ancora periodicamente per telefono, fino a quell’ultimo Natale.

Sergio nei pressi del Lago della Rossa

 

Sergio appartiene al passato remoto della nostra (mia e di mio fratello) carriera alpinistica, un passato lontano di cui rimangono frammenti di memoria con la consapevolezza che fu lui a farci approcciare alle grandi montagne delle Valli di Lanzo, quelle del fondovalle, in un’epoca in cui erano ancora ammantate dai ghiacciai, dove per fare la normale della Cjamarella occorrevano piccozza e ramponi e si doveva aggirare la seraccata. Adesso la Cjamarella si fa in scarpe da ginnastica, il seracco si è sciolto trasportando a valle i ricordi di quelle luminose giornate. Un alpinismo classico che ormai è scomparso, inghiottito dai grandi cambiamenti che la montagna ha subito. Indimenticabile quando nell’agosto del 1990 trovammo sul ghiacciaio del Collerin una vecchissima giacca in tela grezza, frugammo nelle tasche per trovare un indizio che potesse ricostruire una storia ma l’indumento si disfaceva al solo tocco, macerata com’era nel ghiaccio, fragile come “le ali di una farfalla”. Di quell’episodio Sergio scrisse un bellissimo racconto (https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/N.2%20AprileGiugno%201992.pdf pag. 4 di 44).

Luca e Matteo Enrico nell’agosto 1990 sul Collerin dopo aver rinvenuto la vecchia giacca, si noti quanta neve c’era anche a fine stagione !

 

Sergio era “l’alpinista classico” per eccellenza, non era mai stato uno scalatore ma sapeva muoversi in quel limbo, in quel terreno spesso insidioso, via di mezzo tra l’escursionismo più spinto e il grande alpinismo. Anche la sua figura incarnava quel tipo di alpinista con i suoi pantaloni alla zuava in lanetta grigia e i lunghi calzettoni bianchi al ginocchio. Forse oggigiorno è giocoforza che quel tipo di alpinismo non esista più, ormai c’è chi arrampica e c’è chi, intruppato in lunghissime carovane, percorre le iper tracciate “normali” dei 4000, di grandi montagne rese piccole dalla tecnologia, che hanno perso l’anima dell’esplorazione, dell’incognito e dell’avventura. Oggi distese di pietre coprono o sostituiscono quelli che un tempo furono ghiacciai e nevai, tutto sembra essere trasportato qualche migliaio di metri più a valle.

1989, Sergio nelle nebbie del Morion

 

Il ricordo di Sergio è legato, oltre alle gite sulle montagne del fondovalle, a quell’avventura, a quell’esplorazione, alle lunghe camminate alla ricerca di sentieri, già all’epoca perduti, con l’immancabile bloc-notes per prendere meticolosi appunti e il famoso altimetro Thommen appeso al collo, per rilevare quote e dislivelli. Su e giù per valloni e creste facendo un certosino lavoro di compilazione, concretizzatosi poi nella stesura della guida “72 Escursioni fra le Uje di Lanzo” del 1993. All’epoca non c’era internet e non c’erano i cellulari, anzi noi non avevamo nemmeno il telefono fisso in montagna, eppure siamo sempre riusciti a combinare in maniera puntuale. Condizione imprescindibile, dettata da Sergio per la partenza, era “strade asciutte e che si veda qualche stella”, un approccio oggigiorno inimmaginabile per quanto ormai siamo connessi a tremila siti internet e al whatsapp.

la guida redatta da Sergio

 

su e giù per creste: sulla Lucellina. Sergio alla ricerca del passaggio migliore

 

Sergio appartiene al nostro passato e veniva dal passato avendo vissuto un’epoca in cui andare in montagna non era così facile, dove la perdita di una corriera serale lo fece arrivare a Torino il mattino di lunedì e quindi in ritardo in ufficio, ripreso dal capo non tanto per il mancato rispetto dell’orario ma per la barba non fatta (si legga il suo racconto: https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/PassiRitardo.pdf). Sergio aveva trascorso una vita lavorativa nel campo della meccanica, impiegato per lungo tempo all’Aeritalia, dividendosi tra lavoro, famiglia e la passione per la montagna, senza mai mettere quest’ultima davanti alle altre due cose. Ma sicuramente la passione per le sue montagne lo avrà accompagnato fino alla fine dei suoi giorni.

1990 al Molino, prima di fare la traversata verso la Rossa. Da sx Ettore Delmastro, Luca Enrico, Sergio Marchisio, Matteo Enrico. L’ingegner Ettore Delmastro, già dirigente in Aeritalia, era uno dei più assidui compagni di Sergio. Villeggiava a Procaria ed era un grande camminatore e un grande appassionato di ciclismo. Era il fratello del più noto alpinista Piero, che aprì delle vie con Manera. 

 

agosto 1992: Levanna Orientale…quando ancora esisteva un ghiacciaio coperto di neve (Sergio è quello con lo zaino rosso)  

 

Concludo con il ricordo di una serata che Sergio tenne a Ceres dove alla fine della conferenza (i contenuti si rifacevamo a questo articolo, pagg. 21-26 https://tecadigitale.cai.it/periodici/PDF/CAI-Torino_Monti-e-Valli/CAI-Torino_Monti-e-Valli_1983_038_021.pdf) narrò una fiaba cinese che più o meno diceva così: “Molti secoli fa un maestro mise in fila i suoi studenti e lanciò in aria un bastone. Poi chiese, partendo dal primo della fila, cosa avesse fatto. Ogni studente si ingegnava a dargli risposte sempre più complicate, calcolando l’altezza del lancio, la velocità di caduta, l’accelerazione e via dicendo. Ad ogni risposta il maestro rispondeva “tu non hai capito”. Finchè arrivò all’ultimo studente e chiese nuovamente “cosa ho fatto?”, l’allievo senza dire nulla raccolse il bastone e lo lanciò in aria, allora il maestro compiaciuto disse “tu hai capito””. L’invito al pubblico era evidente: “andate in montagna!”. E noi ci siamo sempre attenuti a quell’insegnamento.

 

Luca Enrico

Novembre 2025

 

Altri articoli scritti da Sergio per La Rivista della Giovane Montagna:

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/N.2%20AprileGiugno%201994-ilovepdf-compressed.pdf : pag. 15 di 44

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/N.2%20AprileGiugno%201995-ilovepdf-compressed.pdf : pag. 21 di 46

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/RoccaCastello.pdf

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/AiguilleNoire.pdf

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/Sigismondi.pdf

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/0504%2003%20Quando%20il%20passo%20%C3%A8%20pi%C3%B9%20lungo%20della%20gamba.pdf

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/0802%2003%20Rocciamelone.pdf

https://www.giovanemontagna.org//public/images/rivista/articoli/2010_03_05_Ciamarella.pdf

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