Asbestosi, una malattia dagli esiti nefasti

23 Giu 2020 | Articoli e racconti

Il racconto della salita della via Asbestosi sulla parete nord-est dell’Uja di Mondrone. Storia di una illogicità fattasi atto.

A volte certe azioni sfuggono alla logica e al buon senso, soprattutto in montagna. A casa normalmente ci si prepara in maniera scrupolosa, si guardano le previsioni, si seguono le condizioni, si studiano i tracciati e le vie di discesa, se non addirittura a volte le vie di fuga. Insomma si pianifica se non tutto quasi per non incorrere in sgradevoli imprevisti e limitare così i pericoli, che nella pratica alpinistica sono già abbastanza grandi.

Poi quando si è lì, sul campo, può capitare che tutta quella pianificazione e tutto il buon senso a cui ci si affidava svaniscano, evaporando di fronte all’azione. La parete diventa come un’attraente sirena che ci chiama, facendoci scordare i buoni propositi della vigilia. Ricordo una volta che andammo a fare una via in Dolomiti, eravamo i soliti tre, all’inizio era facile e partimmo slegati per velocizzare l’ascensione ma poi continuammo slegati pure dove il buon senso avrebbe raccomandato di legarsi. Ricordo quel vuoto immane e quei passaggi, per carità ben ammanigliati, ma che tiravano comunque in fuori. A pensarci ora non mi spiego molto il perché di quel procedere, di per sé insensato, eppure là mi sembrava quasi normale. Era come se lì, sul campo, vivessi qualcosa di diverso dalla scrupolosa pianificazione pre-salita.

Ma l’alpinismo è anche bello per questo, perché non ha senso ma è il distillato dell’avventura, da gustare sorso dopo sorso. Si possono fare mille studi, dire diecimila parole ma poi il piacere più sottile lo si può provare solo abbeverandosi a quel calice.

Mi è capitato di salire diverse vie “marce”, alcune quasi divertenti altre proprio per niente, vie in cui l’arrivo in vetta è comunque sempre stato liberatorio. Poi però inevitabilmente le esperienze vissute passano nel cassetto dei ricordi e la malattia dell’alpinismo fa quasi ricordare con più piacere quelle dove si è trovato maggiormente “lungo”. Le altre spariscono forse perché le emozioni non sono state abbastanza intense.

Ma tutta questa digressione era per dire cosa? Forse per autoconvincermi che “Asbestosi”, la via che aprii con mio fratello e Diego sull’Uja di Mondrone, sia logico venga menzionata, raccontata.

Quella volta non partimmo per fare una “prima” ma per ripetere la “via del ritorno”, quella di Manera, Ribetti & C. A casa, considerando anche la nostra buona conoscenza della Mondrone, sembrava in fondo abbastanza semplice trovarla ma evidentemente non fu così. Alla fine, senza volerlo, aprimmo invece una via nuova.

Ma doveva essere destino. Già all’attacco sbagliammo. In realtà fu un errore di valutazione perché vista una bella e larga fessura nerastra optammo scientemente di partire da lì sembrandoci un attacco più “interessante” di quello giusto…tanto poi appena sopra avremmo potuto traversare e riprendere la giusta direzione. Niente di più sbagliato, sopra avremmo scoperto che da dove eravamo partiti non si capiva nulla della parete e non si riusciva così facilmente a raccordarsi a dove pensavamo passasse la “via del ritorno”.

La fessura nerastra in effetti fu un’interessante esperienza. Avevamo portato pochi friends perché li ritenevamo sufficienti per la via che avremmo voluto ripetere, ma su quella fessura maledissi la nostra tirchieria. Era per nulla facile, larga e difficilmente proteggibile. Fu un bel viaggio e quando sbucai sulla cengia ero fradicio di sudore, feci una sosta alla bell’è meglio e recuperai gli altri due.

Ci guardammo un po’ intorno e decidemmo di salire nella direzione di alcune fessure verticali e a un certo punto arrivammo su una bella terrazza dove sembrava ci fossero dei tronchi quasi fossilizzati. “Che strano delle piante qui…” magari erano dei residuati della preistoria, chissà. Ma come noi non siamo archeologi quelle infatti non erano piante, erano pezzi di amianto!

La parete, come un gigantesco imbuto, a un certo punto ci fece confluire nell’unico punto dove si poteva passare, almeno con mezzi tradizionali, e cioè sulla via che avremmo dovuto fare. Arrivammo sulla grande cengia triangolare e individuammo abbastanza agevolmente la seconda parte di via. L’attacco era inconfondibile. Pensammo di essere a posto, avevamo aperto una variante d’attacco ma ora potevamo tranquillamente proseguire sulla retta via.

Di nuova nulla di più sbagliato. Dopo i primi metri, che fece Diego, non capimmo più nulla. Dove passava la via? Eravamo ora alla base del grande ed evidentissimo diedro biancastro, ben visibile anche dal basso. Avremmo poi scoperto in seguito, riattrezzando “Alla pagina seguente”, che la via giusta si buttava sulle placche di destra ma li proprio non si capiva e quei traversi a destra parevano azzardati. Il diedro d’altra parte non tornava per niente nella descrizione ma era lì davanti, repulsivo ed invitante al contempo.

Qui si può ora comprendere il perché della mia digressione introduttiva. Certamente con un minimo di senno non sarebbe stato il caso di gettarsi in quel prosieguo. Da lì con un po’ di fantasia nell’attrezzare una sosta forse potevamo ancora retrocedere, ma si vede che di senno difettavamo oppure si vede che il richiamo della salita era troppo forte. Non lo dicemmo ma tutti e tre a quel punto accarezzammo l’idea di tracciare una nostra via sulla Mondrone. In fondo eravamo lì, bastava salire.

E salimmo, con quel poco materiale che avevamo. Per fortuna che intelligentemente avevamo appresso dei chiodi, che si sarebbero rivelati fondamentali per allestire le soste. Credo davvero di poter affermare che fu una salita impegnativa e la tensione era alta. Tiro dopo tiro si susseguivano lastre biancastre di puro amianto. Tutto ciò che si toccava era precario, si sfaldava. E l’arrampicata non era nemmeno facile, anche se dare un grado a quella roba è quasi impossibile. A ogni punto di sosta il diedro proseguiva, sembrava infinito.

Arrivammo a un terrazzino abbastanza aereo. Meno male che avevamo quei pochi chiodi anche se le soste non si poteva certo dire fossero molto affidabili. Da lì arrivammo a una sorta di pulpito dove il grande diedro terminava, davanti a noi l’enigma dell’uscita. Una sola cosa era certa: non potevamo più scendere. Era obbligatorio forzare l’uscita a destra o a sinistra. Optammo per la destra che ci sembrava più solida.

Mio fratello sparì oltre uno spigolo e ci recuperò alla base di una specie di strozzatura fessurata. Difficile, forse uno dei passi più difficili della via. Ma superatolo iniziammo a vedere la fine, soprattutto alla roccia pessima biancastra, striata di nero, si stava andando sostituendo il bel serpentino rossastro. Eravamo quasi fuori. Salimmo anche qualche tiro, ora divertente, per sbucare a pochi metri dalla vetta. Ormai sul far della sera. Non sembrava essere passato così tanto tempo ma eravamo stati in parete 10 ore e 20 minuti. Per la precisione.

Appena sotto la vetta feci alcune foto, le sagome scure di Diego e Teo si stagliavano nel cielo e sembravano un tutt’uno con la montagna. Anche quella volta suonammo la piccola campana. In fondo ce l’eravamo meritata.

Che dire? Certo non posso incoraggiarvi ad andare a ripetere “Asbestosi”, posso però di certo affermare che quella giornata, forse nella sua insensatezza o presunta tale, fu una “grande giornata”, indimenticabile, in cui vivemmo una bella avventura di montagna, come prigionieri per 10 lunghe ore di quel mondo minerale.

La via la chiamammo “Asbestosi” in quanto, come risaputo, questa malattia deriva dall’esposizione all’amianto ed è mortale!

Luca Enrico

Vai alla relazione tecnica:

Via Asbestosi – parete nord est dell’Uja di Mondrone (2964m)

 

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