Storie di scialpinisti, di una guida alpina a quattro zampe e di un amico che ci ha lasciati

18 Gen 2021 | Articoli e racconti, News & Articoli

Sergio Sibille ci regala il ricordo della sua amicizia con Daniele Caneparo

dicembre 2017, il Briccas

 

Storie di scialpinisti, di una guida alpina a quattro zampe e di un amico che ci ha lasciati

 

  5 gennaio 2014

Oggi l’appuntamento non è come al solito all’uscita dalla Tangenziale Sud al casello di Avigliana, ma direttamente all’attacco della scialpinistica del Pintas, a pochi chilometri prima del Frais. Un’abbondante nevicata ha reso l’ambiente, l’atmosfera incantata, fuori dal consueto. Ci si aspetta sempre molto, qualcosa di particolare da giornate come questa.

Quando arrivo, i fratelli Luca e Matteo Enrico con Luca Brunatti si stanno già preparando e con Loro c’è una quarta persona che non conosco. Me lo presentano, è Daniele Caneparo. Sul momento non presto particolare attenzione al cognome, se no spontaneamente, con genuinità mi sarei complimentato, informato, ragguagliato sul Suo passato alpinistico, un passo avanti rispetto alla realtà di allora. Ripensandoci adesso è stato meglio così. Dopo averlo frequentato e conosciuto, purtroppo non molto, sono convinto che non avrebbe apprezzato, anzi si sarebbe indispettito, infastidito.

Giunti alla cima, di fronte a noi il ripido pendio ovest del Francais Pelouxe carico di neve fresca ci attirava, ci affascinava ma l’alto rischio di slavine lo confinava tra le avventure, le esperienze da immaginare, sognare ma da non provare a realizzare. Altrettanto bella e insidiosa la discesa ai nostri piedi che in circa quattrocento metri di dislivello porta al Colle delle Finestre. Inizio a dire “come sarebbe bello scendere da qui se non …” che Daniele, sci ai piedi, risponde “a me, di finire sotto una slavina non me ne è mai importato nulla …”, e mentre parla si lascia scivolare in massima pendenza, a serpentina stretta, per non tagliare in diagonale il pendio. Ci guardiamo in silenzio, con il fiato sospeso. Trascorsi una trentina di secondi è Luca Brunatti il primo a parlare: “penso proprio che si possa fare”… e vai.

Pazientemente e un po’ ansiosi aspettiamo che risalgano il pendio, una trentina di minuti.

Al ritorno sostiamo ad un bar, per la ormai tradizionale birra e panino; momento di convivialità prima di salutarci, occasione per conoscerci meglio, parlare di tutto e di niente, non solo di montagna. Il discorso, non ricordo per quale percorso, arriva al Medio Oriente, alla Palestina, ad Israele, agli Ebrei … all’Olocausto. Racconto qualche aneddoto che ho letto ultimamente: l’episodio del padre che, figlio alla mano, gli indica qualcosa in cielo mentre si incamminano alle camere a gas; la ragazza che passando davanti ad un guardia delle S.S., sorridendo gli sussurra “ho vent’anni”, prima di essere pure Ella gasata.

Anche Daniele racconta la Sua, con una emotività, una empatia che mi colpisce, mi impressiona. Così inizia a parlare: la scrittrice Hillesum internata ad Auschitz, poco prima di essere uccisa all’età di ventitre anni, scrisse: “ la maggior parte delle persone vive e si consuma lentamente, come una candela. Per poche invece è come un lampo di un flash al magnesio. Breve ma intenso. Io appartengo a questa categoria”. Quando penso a questa ragazza non riesco a trattenermi, mi commuovo …

Ed intanto che parla gli si inumidiscono gli occhi ed inizia a lacrimare.

E’ raro che in una persona si coniughino le doti dell’azione e della sensibilità. Per Daniele era naturale armonizzarle con naturalezza, anche se in Lui si manifestavano, per usare un eufemismo, con una intensità quantomeno spiccata.

E’ stato una bella occasione, un bel modo per scoprire, conoscere una parte dell’individualità, della personalità di Daniele, al termine di una giornata ben spesa.

Per alcuni anni non ci rincontrammo.

traccia nelle neve profonda, salendo al Briccas

 

3 dicembre 2017 domenica

Siamo a Crissolo io, mio figlio Luigi con l’amico Davide, i fratelli Luca e Matteo, Luca Brunatti e Daniele Caneparo. Il tetto della auto parcheggiate è coperto da un metro e trenta di neve scesa tra venerdì e sabato. La nostra meta è cima Briccas; il tratto di strada che porta alla frazione Brich , bisogna percorrerlo con gli sci ai piedi. Mantenendo il mio passo abituale, gli amici rapidamente mi distanziano e scompaiono dalla vista. Mi aspetteranno in cima, come da copione, per almeno un’ora. Fa piacere avere degli amici che continuano a cercarti per organizzare scialpinistiche, scalate accettando, adeguandosi alle tue possibilità, capacità che si allontanano sempre più dalle Loro. Grazie. Giunto al termine della stradina, all’improvviso appare la vetta e l’intero pendio da salire … che spettacolo.

L’eccezionale nevicata ed il conseguente elevato rischio di slavine hanno concentrato gli scialpinisti sulle poche gite ritenute sicure. Una processione interminabile di scialpinisti, alcune centinaia, si snoda sul pendio, procedendo sinuosamente a scatti, come un serpente. Guardo l’orologio e penso che non arriveremo mai in vetta. Inizio a superare faticosamente gli ultimi della fila dovendo uscire dalla pista tracciata, con la neve fresca che arriva all’inguine e chiedo informazioni.

grande nevicata a Crissolo

Mi dicono che da poco è passato in testa alla coda un gruppo di cinque/sei ragazzi che stanno accelerando i tempi; immagino subito che sono Loro e ne ho conferma quando riconosco la voce di Daniele che ogni cinque/sei minuti ritma: “cambio … cambio!”. E’ bello carico, in forma oggi, l’amico Daniele. Non so spiegarmi perché ma sento, percepisco che sarà di nuovo una giornata particolare.

Mano a mano che avanzo superando la coda spesso ferma, mi sembra di assistere ad una recita del teatrino umano. Un ragazzo ed una ragazza probabilmente fidanzati che litigano, per poi riappacificarsi ed abbracciarsi; un gruppo che tolti gli sci, comodamente sdraiati sulla neve, interrompono la salita con un bel picnic ed altri ancora che hanno desistito definitivamente, scivolando a valle.

Sento un rumore, un ronzio in alto ma scrutando il cielo non scorgo nulla. Poche decine di metri e raggiungo due ragazzi che stanno armeggiando qualcosa che mi ricorda un radiocomando per pilotare gli aeromodelli. Stanno pilotando un drone che sorvola avanti e indietro la fila di persone.

Mi viene alla mente il villaggio di Fea in Mali, dove voglio tornarci e filmarlo dall’alto. Quel villaggio perso nel sael, dove i bambini vedendomi arrivare iniziarono a gridare “botele … botele”, in lingua bambara bianco … bianco. Dove per la prima volta in Africa mi è capitato che nessuno, neppure i bambini, tendessero la mano per elemosinare.

Gente di carattere, orgogliosa … il popolo Maliano.

A duecento metri dalla cima non ho più nessuno, né davanti né dietro di me, salvo i miei amici che mi stanno aspettando, sicuramente da parecchio tempo.

Arrivato vedo che non sono proprio solo Loro; c’è anche un cane di taglia medio grande, una palla di pelo lungo, fittissimo, idrorepellente, con un muso appuntito e due occhi stanchi, stremati che ti fissano aspettandosi qualcosa: un gesto di approvazione, un complimento, un comando. Sicuramente è un cane addestrato.

Non era con nessuno degli alpinisti, semplicemente ha seguito gli amici sino in vetta per abitudine, come avemmo conferma in seguito per adempiere ad un dovere, un compito tante volte ripetuto, eseguito con il suo padrone.

Dobbiamo iniziare a scendere, il sole è già basso, sta scomparendo dietro al Monviso , di fronte a noi. La temperatura sarà di dodici/tredici gradi sotto lo zero. Brunatti dice: “dobbiamo arrivare assolutamente alla stradine prima del buio”. La strada innevata è mille metri in basso, ci sarà un’ora e mezza di luce al massimo ed il cane è sfinito, si trascina affondando nella neve per venti/trenta metri e si accascia prostrato, senza più forze. Al guinzaglio ha una medaglietta con su impresso: Lucy guida alpina ed un numero di cellulare. Proviamo più volte a telefonare, ma seppur prendendo la connessione, nessuno risponde.

Daniele e la Sua pecorella

La situazione si fa seria.

Su sette abbiamo tre frontali, il tempo passa ed il buio ormai sovrasta la pianura ed il fondovalle. A nessuno di noi passa per la testa di proporre di abbandonare qui, a morte certa Lucy, che oramai è con noi, è del gruppo. A volte capitano cose improvvise, inspiegabili nella testa di noi umani, alla fin dei conti è solo un cane che conosciamo da pochi minuti, ma per noi non è più così. E iniziano le improperie, gli insulti, le maledizioni al proprietario di Lucy, che abbiamo capito è una guida alpina, che neppure risponde alle chiamate.

Scendere di per sé non sarà una passeggiata. La quantità di neve caduta frena, impedisce la discesa anche in massima pendenza; bisogna seguire la traccia di salita, stretta con fondo compatto, cercando di non prendere velocità. Farsi male adesso, in questa situazione, a quindici gradi sotto zero ed al buio che incombe è del tutto da evitare. Siamo fermi in silenzio, in attesa di non so cosa. Nessuno sa cosa fare, proporre, ogni scelta è contraria ad un’altra.

All’improvviso Luigi butta i bastoncini di lato, prende Lucy in braccio ed inizia a scendere un poco fuori ed un poco dentro la traccia di salita, per mantenere sotto controllo la velocità. Cento/ cento cinquanta metri e si ferma a riprendere forza e coraggio.

L’incantesimo è infranto, adesso sappiamo, abbiamo visto cosa si può, si deve fare. Il primo ad alternarsi a Luigi è Daniele. Si carica sulle spalle Lucy ed io non posso fare a meno di dirgli: “Daniele, sembri una statuina del presepe con a spalle la sua pecorella.”, al che giù altri insulti e maledizioni al proprietario del cane, scodinzolando in serpentina strettissima lungo la traccia. Non aggiungo altro ma si capisce benissimo dal suo sorriso, dalle sue espressioni facciali che si sta divertendo un mondo, un frangente del genere è tutto il suo pane.

Lucy pare sempre più provata, la testa inizia a pendolare inerte, ad un cambio di ”portatore” Luca (Enrico) si ricorda di avere nello zaino una vecchia giacca a vento di emergenza, la tira fuori e avviluppa Lucy, prima di prenderla in braccio. Momento di grande sollievo e gioia anche se non abbiamo tempe per festeggiare.

Arriviamo a Crissolo alle nove di sera, tutti interi e con Lucy che ha ripreso forza e l’ultimo tratto di strada innevata lo ha fatto sulle sue zampe. Il termometro dell’auto segna undici gradi sotto zero.

Mentre ognuno di noi spella gli sci, si toglie gli scarponi, si organizza per il ritorno, Lucy prima di dileguarsi tra le case del paese, passa da ciascuno di noi, fissandoci con quei suoi occhioni che hanno ripreso vita. Sembra che voglia salutarci, ringraziarci.

Prima di partire passiamo ad un bar per bere qualcosa di caldo, ne abbiamo bisogno e approfittiamo per chiedere informazioni su Lucy. A Crissolo è conosciuta da tutti. E’ un cane da valanga di proprietà di una guida alpina, ed ha salvato cinque persone finite sotto slavina, ma adesso è vecchia ed il padrone ha iniziato ad addestrarne un altro. Sicuramente passerà la notte fuori senza mangiare, al gelo.

Questo è troppo.

“Luigi, va con Davide a cercarla, portatela qui e caricatela in auto che ce la portiamo a casa.”

Trascorse con noi l’inverno, al caldo, amata e considerata. Me la ricordo di mattina quando si svegliava e mi vedeva: mi faceva le feste con piccoli sobbalzi, di alcuni centimetri, delle zampe anteriori, a fatica e mi mordicchiava l’orecchio con le gengive, oramai praticamente sdentata. Ogni volta che la vedevo muoversi, camminare con fatica, mi domandavo come era riuscita ad arrivare sino in cima al Briccas con tutta quella neve, quel gelo. Talvolta capitano cose strane anche nelle teste degli animali, non solo nelle nostre.

Tornò in primavera a Crissolo, a morire tra le sue montagne, con il suo padrone. E’ stato giusto così. E’ vissuta per un po’ con noi, in convalescenza. E’ stata in parte ricompensata per le cinque persone che ha salvato. La guida alpina l’ho voluta poi incontrare di persona a seguito di una telefonata che ebbe con Luigi, che non mi era piaciuta troppo, per niente. Andò tutto per il meglio, non come avevo temuto e forse anche un po’ sperato. Ma questa è un’altra storia, che non vale la pena di essere raccontata.

Incredibile ma vero, parlando in seguito con Daniele ci disse che nel 2009 ebbe un incontro, un’esperienza con Lucy non “complicata” come questa, ma simile. In una gita scialpinistica nei dintorni del Quintino Sella, si incontrarono, e lei lo seguì per tutta la giornata. Una ruota che gira, ma il cerchio non era ancora chiuso.

Comunque Luigi e Davide una cosa l’hanno imparata: quando si organizza con i fratelli è sempre meglio avere dietro la frontale.

ancora Daniele con Lucy nella neve profonda

 

Agosto 2018

Papà ho organizzato con Daniele una discesa in canoa sulla Durance, hai voglia di accompagnarci?

Con grande piacere.

E’ così che trascorriamo 5/6 ore assieme mentre gli faccio da autista, da appoggio logistico. Ultimamente ho letto alcuni libri divulgativi, sul cervello, la mente, la sua origine ed evoluzione, la coscienza di noi stessi e soprattutto se siamo “noi” a creare, immaginare i nostri pensieri o se siamo succubi inconsapevolmente di essi. Sapendo che è un neurologo non mi lascio perdere l’occasione per interrogarlo. Non smette più di parlare, citando testi letti e studiati in madre lingua (inglese), poiché gli americani sono i primi nel settore; divaga ogni tanto, restando in tema, accennando a qualche filosofo: Kant, Spinoza, Sartre e altri. Non sono certo al Suo livello, ma è un piacere ascoltarlo.

 

in canoa “Daniele e Luigi alla Rabieux sulla Durance”

Passiamo a parlare di biciclette. Una delle mie passioni sono stati i viaggi in bici, forse i più belli che ho fatto. A Lui non interessano i viaggi, i chilometri. Lo interessano le strade di massima pendenza, dieci/venti per cento e anche oltre se ne trova su internet, ed ha in programma il giro dei colli francesi oltre frontiera, oltre 400 chilometri da fare in un solo fiato, senza scendere dalla bici.

Recuperati al lago di Savine, al ritorno in auto, Lo trovo più entusiasta che mai. Propone a Luigi, canoa gonfiabile a spalle, di dedicarsi al canottaggio sui laghetti alpini. Ne ha già in mente qualcuno: quattro/cinque ore di avvicinamento a piedi.

Lui è nato, fatto, strutturato così. Non conosce tanto le mezze misure. Non penso per scelta, quanto meno consapevole, ma quando si dedica a qualunque attività, sia fisica che mentale, lo fa a modo proprio, personale senza copiare o ispirarsi ad altri.

Un altro bel tassello da aggiungere a quanto ho appreso di Daniele.

Lo stimo e lo apprezzo sempre di più.

Daniele e Lucy al loro primo incontro Anno 2009 (Viso Mozzo, anello Valloni Alpetto, Dei Quarti e Monte Granè – foto Marco Levetto, marzo 2009)

 

Martedì 26 novembre 2019 ore sette.

Papà, papà … ho ricevuto un messaggio dai fratelli: Daniele da sabato è scomparso, non si hanno sue notizie, le ricerche inizieranno questa mattina nella zona di Champorcher, Cimetta Rossa

Da venerdì che ha iniziato a nevicare ininterrottamente sono scesi più due metri di neve. Sappiamo benissimo entrambi che non c’è alcuna possibilità che sia ancora vivo.

Ci abbracciamo e piangiamo. Propongo a Luigi di venire con me al Monginevro a farci una salita sulle piste di sci, ancora chiuse. Rifiuta, dicendo che deve studiare per un esame all’Università. So quanto era affezionato a Daniele, e che la sua amicizia era corrisposta. La sera mi confesserà che era andato sul posto, dove erano iniziate le ricerche. Voleva essergli, sentirlo ancora vicino fisicamente per l’ultima volta … a Lui avrebbe fatto piacere. Non dico e non gli chiedo nulla, ma sono fiero di Luigi, il mio piccolo grande uomo.

Il resto è storia, cronaca, la conosciamo tutti.

Ma una cosa la voglio ancora scrivere, anche se può sembrare una pazzia, e poi anche il proverbio lo dice: “non c’é il due senza il tre”. A me piace pensare che adesso il cerchio si è chiuso; che Daniele sotto la slavina non è rimasto solo, ma a fargli compagnia è tornata Lucy per la terza volta.

L’ho detto a Luigi, un posticino nel nostro zaino per Daniele e Lucy ci sarà sempre e quando ci saranno ce ne accorgeremo perché lo sentiremo più leggero, non più pesante.

Sergio Sibille

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