Punta Girard (3262m) – percorso integrale della Cresta Sud-Est

21 Set 2023 | Alpinismo, Articoli e racconti, News & Articoli

La Punta Girard 3262 m e il percorso integrale della Cresta Sud-Est

Di Marco Blatto

Quando Luigi Vaccarone con Antonio Castagneri e Antonio Bogiatto, realizzò la probabile terza ascensione della Levanna orientale lungo la Cresta Sud-Ovest, nel 1875, la catena che di qui si estende fino al Col di Sea aveva la maggior parte delle vette innominate. I pochi oronimi, peraltro non di rado privi di quote esatte, erano stati assegnati dai topografi incaricati di realizzare le carte geografiche dello Stato Sardo. In altri casi, erano frutto dei pochi studi risalenti al Saggio di Corografia Statistica e Storica delle Valli di Lanzo, opera di Luigi Clavarino (1867), oppure erano stati imposti dal geologo Bartolomeo Gastaldi.

La prima rappresentazione oronomastica della Parete terminale della Val Grande sul Bollettino del Cai del 1885

 

I topografi, del resto, erano spesso in balia dei montanari, che non avevano alcuna visione utilitaristica o comunque “alpinistica” della montagna. In Val Grande, per esempio, a costoro bastava sapere che per recarsi in Savoia si percorreva il Colle di Sea o il Col Girard. Furono così gli stessi montanari a comunicare nel loro stretto idioma francoprovenzale la nomenclatura di alcune aree alpine o di alcuni passaggi, provocando trascrizioni fantasiose e pleonasmi che, in parte ancor oggi, sono acquisiti dalla cartografia moderna. Infine, molti toponimi francesi presenti sul confine ma anche sul versante piemontese, furono progressivamente cambiati o italianizzati. Così, per esempio, Les Grandes Torsailles diventarono la Punta Luigi Clavarino, il Col des Fées (nome che resistette fino a tardo Ottocento) diventò Col di Fea e il Ghiacciaio Moulinet si trasformò in Mulinet. Una visione più alpinistica e funzionale delle vette delle Val Grande fu proposta nel 1885 sul Bollettino n° 52 del Club alpino Italiano, grazie all’articolo di Luigi Vaccarone: La parete terminale della Val Grande di Lanzo, realizzato con il notevole contributo dell’Avvocato Giuseppe Corrà.

Luigi Vaccarone

 

E’ a quell’articolo che dobbiamo far risalire la nomenclatura che ancor oggi utilizziamo per descrivere le vette di confine nei rispettivi bacini di Sea e di Gura. Tra i pochi oronimi “originali” e già noti fin dai tempi antichi vi è certamente quello di “Girard” ascrivibile cronologicamente prima al colle poi alla vicina vetta posta a immediatamente a nord (“Guglia Girard”, in Bollettino n° 52, del Cai, L. Vaccarone, 1885). In realtà, con questo nome, dai montanari locali era spesso inteso un vasto fondo comprensivo di pascoli posti sul versante est della montagna, appartenuto alla famiglia Girard o Girardi, radicata su entrambi i versanti, savoiardo e piemontese. Questo cognome a Forno Alpi Graie assunse la variante “Gerardi”, probabilmente con funzione di distinguo dei differenti rami famigliari. La “Guglia” o Punta Girard 3262 m fu probabilmente raggiunta da ufficiali del catasto nella prima metà dell’ottocento o ancor prima da cacciatori locali. La prima ascensione alpinistica nota è comunque attribuita a Luigi Vaccarone con le guide Antonio Bogiatto e Antonio Castagneri di Balme, il 12 luglio del 1875 (stesso giorno dell’ascensione della Levanna Orientale), che vi trovarono in cima un ometto di pietre forse eretto da ufficiali del catasto (probabilmente A.Tonini nel 1857). Giulio Berutto e Lino Fornelli, nel loro volume: Alpi Graie meridionali (Collana: “Guida dei Monti d’Italia”, Cai-Tci 1980), definiscono la Punta Girard: «di scarso interesse alpinistico, fatta eccezione per la cresta Sud-Est, che scende a dividere il Ghiacciaio della Levanna dalla Talancia Girard». In effetti, il versante meridionale presenta una serie di cenge rocciose intervallate a sfasciumi di scarso interesse alpinistico, che però, da sempre, resero possibile una via alternativa al delicato e glaciale Col Girard,  utilizzando il Passo della Calletta, roccioso e ghiaioso, che si apre sulla Cresta Sud – Ovest della montagna. Di quest’angusto passaggio sono curiose sia la storia sia l’origine del toponimo. Esso è noto tra i montanari come Passo dell’Oumlétt (dell’Ometto) per la notevole piramide pietrosa che lo segna, ma anticamente era conosciuto anche come Passo dell’asina. Quest’ultima dicitura, secondo la tradizione, farebbe riferimento all’asina (o alla mula) che nel XVIII secolo percorreva abitualmente il valico con il basto carico di minerale ferroso estratto dal giacimento di Creux du Faux, per poi scendere a Forno alle fucine di lavorazione. Un percorso davvero incredibile e non privo di difficoltà considerata l’importante glacializzazione del versante francese in quel secolo! “Calletta”, infine, deriverebbe dalla parola francese ecaille o “scaglia di roccia”, oppure dal sostantivo cailloux (“ciottoli”), termini che un ogni caso ben esprimono la condizione litologica degli sfasciumi gneissici in loco, la cui scistosità è favorita dalle miche che ne scandiscono la tessitura. Il passo ebbe un discreto ruolo militare durante il periodo 1940-45, sia come presidio della milizia confinaria, sia come passaggio-attestamento di gruppi di partigiani. Il fatto è testimoniato dalla presenza di residui di reticolati, dal ritrovamento di alcune bombe a mano e dalle piazzole per le mitragliatrici poste sulla cresta a breve distanza dalla vetta, di cui spesso mi parlò mio nonno, passeur e partigiano.

I muretti di contenimento delle piazzole militari

 

L’integrale della Cresta Sud-Est

Si è detto del presunto scarso interesse alpinistico attribuito alla montagna. In realtà la traversata delle creste Sud-Ovest e Nord-Nordest, con accesso dal Col Girard e con discesa dal Passo dell’Arc, rappresenta una delle più comode e agevoli ascensioni di iniziazione all’alta montagna con partenza dal Rifugio Paolo Daviso (diff.PD). Si procede su nevato ripido con piccozza e ramponi (45/48°), poi lungo facili roccette. Infine, è richiesta quasi sempre una corda doppia per la discesa sicura sul piccolo Ghiacciaio dell’ Arc. La Cresta Sud-Ovest, con uno sviluppo di quasi 600 metri, è invece una facile ma non banale salita in roccia, che richiede buona capacità di movimento e di lettura della montagna, specie per le rocce molto friabili. Fu percorsa per la prima volta da Carlo “Carlaccio” Carena, Giuseppe Garimoldi ed Ezio Lavagno il 4 settembre del 1960. Leggendo le relazioni sul già citato: Alpi Graie meridionali di Berutto e Fornelli, mi apparve però chiaro fin da subito che vi fossero delle incongruenze tra il disegno riportato in fotografia e le difficoltà di secondo grado massimo dichiarate dai primi salitori. Innanzi tutto, il tracciato è disegnato nella parte iniziale su di un salto che nella realtà non appare scalabile, se non a fronte di elevate difficoltà in artificiale. Poi, perché se ci si tiene fedelmente sul fil di cresta e senza aggirare alcun torrione, i passaggi sono ben più difficili di un banale “II°”. I primi salitori, dunque, dovevano aver attaccato la cresta più in alto, raggiungendola lungo i pendii di sfasciumi del versante Sud, e che, soprattutto, avevano evitato il “dente” finale piegando sulla Cresta Sud-Ovest.

Lungo la sezione turrita mediana

In poche parole una prima vera integrale non era mai stata realizzata. Con l’amico Roberto mi sono così proposto di trovare una chiave di accesso logica alla cresta, attaccandola direttamente dal basso e di percorrere poi tutti i salti senza alcun tipo di aggiramento. Quest’anno siamo ritornati e abbiamo realizzato un attacco ancora più diretto che rende la scalata più impegnativa. Esistono diverse scappatoie sul versante Sud della montagna, specialmente nella prima metà dell’ascensione, poi all’inizio dell’ultimo terzo, si può ripiegare verso il Passo della Calletta, a prezzo però di delicati traversi su rocce mobili che richiedono grande padronanza di movimento ed estrema cautela. In caso di nebbia o di maltempo una ritirata può non essere così semplice. La parte finale della Cresta Sud-Ovest, che si affaccia esposta sul Ghiacciaio della Levanna orientale, prima del torrione finale transita su ardite piazzole militari. Di qui occorre affrontare rocce verticali e non sempre stabili per circa quaranta metri. L’integrale della Cresta Sud-Ovest della Punta Girard rappresenta un tuffo nel passato, dove il concetto classico di “difficoltà” è del tutto relativo e dove l’osservazione attenta della montagna regala ancora arricchimenti unici. Forse, su queste creste dimenticate, dove ogni appiglio e ogni appoggio vanno testati con cura, si trova ancora lo spirito più puro di quell’alpinismo che racchiude in sé il carattere arcigno dei montanari e quella curiosità che mosse un periodo pionieristico in cui tutto era ancora da scoprire. Del resto, come scrisse lo stesso Luigi Vaccarone al termine della sua monografia, ripresa poi in una seconda parte nel 1887: «Si provi a pigliare una valle, a visitarla per bene da conoscerne i più remoti meandri, a non lasciarla fino a quando lo studiabile sia studiato, sviscerato, messo in luce, e si vedrà che del nuovo, del bello, dell’utile ne verrà fuori ancora, assai più che non si creda».

Sotto il torrione finale

 

Punta Girard 3262 m – Cresta Sud-Est

Prima ascensione nota: C. Carena, G. Garimoldi, E. Lavagno 4 settembre 1960

Prima integrale e attacco diretto: M. Blatto, R. Gardino, luglio 2018 (settembre 2023)

600 m; senza l’attacco diretto AD+ (max. V-) altrimenti TD- (VI/A0)

Accesso: dal Rifugio Paolo Daviso si raggiunge la spianata del Col di Fea 2597 m lungo il segnavia 315°. Dal colle si punta direttamente all’inizio della cresta superando uno zoccolo erboso e detritico (1h30’)

Il Col di Fea con la Punta Girard

Salita:

Variante diretta d’attacco: s’inizia nel punto più basso della cresta, dopo una placchetta erbosa e a sinistra di rocce rossastre, lungo un sistema di placche sovrastate da tetti. Salire per gradini e fessure fin sotto un tetto (IV+), che si supera con un passo singolo (VI+/A0), difficile con gli scarponi (2 chiodi), poi salire in un evidente diedro poco definito appoggiandosi sulle placche a sinistra (IV+). Vincere ancora una nicchia e una strozzatura (V-), quindi raggiungere il ciglio dello sperone  all’inizio della cresta più facile e articolata. Questo punto è raggiungibile passando a sinistra su pendii erbosi e sfasciumi, senza alcuna difficoltà. Seguire il filo di cresta abbattuto fino a dove s’impenna progressivamente. Salire un risalto senza via obbligata (III), poi una zona di rocce erbose con segni di crollo sulla sinistra, fino alla base di un torrione più compatto.

Nel tratto centrale della cresta Sud-Est

Superarlo interamente con due lunghezze di corda (IV e IV+) uscendo con una spaccatura su uno spallone (roccia mediocre), alla base di una fascia di rocce giallastre ben visibile già dal Col di Fea. Scalare una sequenza di brevi torrioni con 4 lunghezze di corda (max. IV) e raggiungere la base di un espostissimo torrione sul cui lato Est precipita la parete per circa 300 metri. La salita diretta del torrione è compromessa dalla pessima qualità della roccia, quindi è inevitabile attraversare a sinistra, fino a uno spalto erboso. Salire un diedro-spaccatura affrontando in uscita una parete aggettante ma di roccia buona (V-), quindi traversare a sinistra per 50 metri, fino alla base di un diedro grigiastro di roccia fragile.

Lungo il gendarme

Salirlo per 30 metri (III+) e uscire alla base di un marcato torrione alto circa 40 metri, ben individuabile dal basso. Salirlo al centro lungo una fessura con blocchi incastrati (III e IV) uscendo sui placconi superiori. Qui si prosegue di conserva protetta lungo il fil di cresta con facile arrampicata (II) ma con tratti esposti e di roccia marcia, fino a raggiungere i resti di un’incredibile postazione militare. Seguire sempre la cresta, superando sul lato Nord un aereo gendarme sospeso sul Ghiacciaio dell’Arc, poi un canale franoso che richiede cautela. Salire sul filo della cresta molto friabile ma facile, portandosi sotto l’ultimo torrione che sostiene la cima, alto circa 80 metri. E’ purtroppo di roccia pessima e verticale e si supera sulla sinistra dopo un traverso su brecciolino, recuperando uno sperone di rocce leggermente più stabili (III+).

Scendendo in doppia dal Passo dell’Arc

 

Discesa: lungo la Cresta Nord-Ovest di facili rocce accatastate ci si abbassa fino al passo dell’Arc. Di qui con doppia attrezzata su nut e clessidra sulla DX del colle (40 m) ci si cala fino ad approdare sul Ghiacciaio dell’Arc (attenzione alle pietre smosse!). Si percorre il piccolo ghiacciaio fino alla soglia del complesso Girard – Arc – Levanna, poi si scende lungo dei abbassandosi ancora fino all’antica morena di sponda ottocentesca. Seguendo una ripida traccia nelle ghiaie, ci si porta infine al Col di Fea, da cui si rientra al Daviso lungo il segnavia 315A.

Materiale: usati alcuni friend fino al 3 e lasciati due chiodi in posto per la variante diretta. Molto utili cordoni e fettucce per gli spuntoni. Due mezze corde sono d’impiccio per una salita veloce ma sono utili per la doppia dal Passo dell’Arc, per portarsi il più possibile sull’accumulo del ghiacciaio, superare l’eventuale crepaccio periferico-terminale e recuperare a debita distanza le corde mitigando il pericolo di caduta sassi . Ramponi e piccozza.

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