Alla Punta Castagneri (di Ugo Manera)

17 Giu 2020 | Articoli e racconti

Pubblichiamo l’interessantissimo racconto di Ugo Manera sulla prima ascensione alla Punta Castagneri, nel bacino della Gura. Rimane ancora oggi una delle più belle ed eleganti ascensioni del gruppo. Gustatevi il racconto di una grande avventura di montagna!

Venerdì sera 5 ottobre 1968, salgo da solo, nell’oscurità incipiente, verso il rifugio Daviso. Forzo l’andatura per sfruttare al massimo l’ultima luce del crepuscolo autunnale, al rifugio mi attendono 3 amici che, con più disponibilità di tempo, sono saliti in tutta tranquillità nel pomeriggio: Ezio Comba, Gian Piero Motti, Ilio Pivano. Mi attendono per dare corpo ad un progetto ambizioso suggerito da Gian Piero: il grande esperto ed innamorato di quella che è diventata la “sua” valle: la Valle Grande di Lanzo.

All’estremità destra della grande parete Est della Cresta di Mezzenile si erge un ardito pilastro che termina sull’ultima punta (quota 3407, senza nome) della lunga cresta. E’ la difficile meta che ci attende per il giorno dopo, nessuno ha mai tentato di scalarlo. Gli amici festeggiano il mio arrivo con strette di mano, commenti e battute poi nella consueta allegria ceniamo velocemente per poter accumulare più ore di sonno possibile.

Prima delle quattro mattutine siamo già in movimento, l’avvicinamento è lungo, dobbiamo raggiungere il bacino della Gura ed il ghiacciaio del Mulinet nord. Raggiunto con tanta fatica ed al buio il ghiacciaio, calziamo i ramponi ed in cordata ci avviamo tra i crepacci.

Ad oriente una linea rossa annuncia l’alba, presto le pareti diventano infuocate e rivelano uno straordinario ambiente d’alta montagna che nelle Valli di Lanzo non ti aspetteresti. Da qui il nostro obiettivo ci appare ancora superiore alle nostre attese, ne raggiungiamo la base e dopo aver superato senza difficoltà una crepaccia terminale tocchiamo le rocce che in questo punto hanno un colore verdastro. Velocemente iniziamo l’arrampicata perché il luogo potrebbe essere esposto a cadute di pietre; inizia Gian Piero con Ezio che lo assicura, sale con rapidità e determinazione: sarà il grande protagonista di questa giornata.

Parto anch’io a capo della seconda cordata con Ilio che mi fila con attenzione la corda, ho la pìù totale fiducia in lui, è il meglio che si possa desiderare come secondo di cordata. Essendo l’ultimo si adopererà, per quanto possibile, per liberare la via da massi instabili.

Vedo in alto Gian Piero al di sotto di un tetto posto sul filo dello spigolo, cerca di piantare un chiodo ma non ci riesce, nel tentativo ha smosso una pietra che cadendo ha danneggiato una delle sue due corde. Desiste dal tentativo, parte in traversata verso destra poi di scatto si innalza direttamente. Quando riesce a fermarsi lancia una esclamazione:

<< E’ sesto! >>.

Ezio, pur avendo la corda tesa davanti a lui ha esitato un bel po’ nel superare il passaggio.

Tocca a me, mi avvio un po’ preoccupato: salgo a destra sullo spigolo, poi diritto, quindi verso sinistra in mezzo ai tetti. Due chiodi, una staffa e mi trovo al punto che ha fatto esitare Gian Piero; inutile cercare di aggiungere chiodi, uno sguardo a Ilio, sempre attento, poi via con decisione sfruttando appigli molto piccoli fino ad un minuscolo punto di sosta ove Comba è impegnato ad assicurare il suo primo di cordata. Segue un tratto di elevata difficoltà e pari bellezza sempre sul filo di spigolo, verticale ed esposto. Un tratto meno difficile ci porta sotto i tetti della parte mediana del pilastro.

Una torre staccata si appoggia alla parete sotto un enorme soffitto biancastro. Altri strapiombi a destra ed a sinistra negano l’evidenza di una soluzione logica. Gian Piero però non ha dubbi, si alza fino alla sommità della torre staccata coperta da neve fresca, fa salire il compagno e parte in orizzontale su una cornice in mezzo agli strapiombi, poi si alza lungo una parete rossastra ed alternando scalata artificiale e libera aggira lo strapiombo scavalcando lo spigolo, sparisce alla vista e dopo un po’ ordina al suo compagno di raggiungerlo.

Anche la nostra cordata supera i tetti; al di sopra la parete non strapiomba più, si mantiene verticale con pochi rilievi. Guardandomi attorno mentre il mio compagno sale e ricupera i chiodi, scorgo, oltre la cresta di confine, che in alcuni tratti è ormai più bassa di noi, due sciatori che scendono dalla Punta Francesetti con ampie curve lungo i ghiacciai che ricoprono il versante francese della catena.

Riprendiamo a salire incontrando ancora difficoltà rilevanti, Gian Piero ha superato una paretina rossa e mi ha gridato di stare molto attento. Quando tocca a me attraverso ove finisce la piccola cengia ove abbiamo sostato, mi trovo così sul bordo dei tetti in vertiginosa esposizione. Qui Gian Piero aveva tentato inutilmente di fissare un chiodo di assicurazione ma non vi ere riuscito, era salito rinunciando all’ancoraggio di protezione. Quando tocca quel tratto tocca a me provo caparbiamente ad assicurarmi poi mi accontento di una sottile lametta di acciaio infissa a metà che certamente non reggerebbe alla sollecitazione di una mia caduta, salgo con molta attenzione al limite dell’equilibrio poi con una grande spaccata raggiungo rocce più facili che mi conducono ad una comoda cengia, la prima che incontriamo lungo la salita.

Le difficoltà più elevate sembrano alle nostre spalle, sopra di noi la roccia appare salda dall’aspetto granitico, su di essa l’arrampicata è divertente; ci attende ancora un difficile diedro chiuso da un tetto che superiamo con una staffa appesa ad un cuneo di legno piantato in una larga fessura. Mi sento in forma ed entusiasta, ormai la nuova via è nostra, salgo veloce verso la vetta senza percepire la stanchezza.

In cima trovo solo più Ezio, Gian Piero è già sceso al colletto tra la cresta di Mezzenile e la Punta Groscavallo a cercare riparo dal gelido vento che soffia da nord. Lo raggiungiamo velocemente, dobbiamo affrettarci perché ci attende una lunga e complicata discesa ed il sole è prossimo al tramonto. Ci tocca percorrere tutta la cresta di confine scavalcare la Groscavallo e raggiungere il colletto che separa questa cima dalla Dent d’ Ecot, attraversiamo sotto quest’ ultima e raggiungiamo la cresta che scende verso est. Nei tratti rivolti a nord troviamo la cresta coperta di neve fresca e dobbiamo procedere con molta attenzione. Ezio è molto stanco e fatica a continuare, vorrebbe fermarsi ma noi lo incitiamo a proseguire. Il sole se ne è andato ed il buio incombe, febbrilmente cerchiamo un punto che ci consenta di scendere anche al buio.

Troviamo un canale nevoso che scende verso il ghiacciaio del Mulinet, è ripido e per guadagnare tempo pianto un chiodo in una fessura, fisso la mia corda e faccio scendere velocemente i miei compagni lungo ad essa, poi tolgo il chiodo e scendo con cautela senza assicurazione. Tre volte ripeto la manovra e finalmente siamo sul ghiacciaio. E’ notte ma siamo fuori dalle difficoltà, la discesa è ancora lunga ma con l’aiuto della luna che tra poco sorgerà, contiamo di raggiungere il fondo valle. Ezio è sfinito, vorrebbe fermarsi ma siamo irremovibili, abbandona la sua corda per alleggerirsi e poco sotto gli sfugge la picozza di mano che, scivolando lungo il pendio si infila in un crepaccio. Sconsolato ammutolisce e ci segue in silenzio come un automa.

Raggiungiamo e scendiamo la seraccata, quando siamo ormai prossimi ai ghiaioni Gian Piero scivola per parecchi metri sul ghiaccio reso abrasivo dalla ghiaia che ha inglobato. Corriamo a soccorrerlo: nulla di grave ma le povere mani del nostro amico sono profondamente scorticate. Aiutato da Ilio, con le mani che grondano sangue, raggiunge i ghiaioni ove esaminiamo le sue ferite Riprendiamo a scendere per non peggiorare la situazione rimandando le medicazioni sommarie a quando il terreno diventerà più agevole. Davanti al rifugio Ferreri, alla luce della luna e delle pile medico, per quanto mi è possibile, le mani del mio amico che intanto si è ripreso.

Lentamente riprendiamo la penosa discesa e poco prima di mezzanotte raggiungiamo Forno Alpi Graie.

La Quota 3407 non ha nome, considerata la grandiosità della via da noi aperta sul Pilastro Est, decidiamo di dedicarla ad una grande guida, pioniere dell’alpinismo nelle Valli di Lanzo: Antonio Castagneri.

Ugo Manera

Vai alla relazione tecnica:

Il Pilastro Castagneri alla Gura

 

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