Il Col Girard, punto di arrivo e di partenza

11 Giu 2020 | Articoli e racconti

Storia di due ascensioni nel Bacino della Gura, tra l’alpinismo classico e di scoperta

LA PUNTA DI GROSCAVALLO

Nell’estate del 2000 decidemmo di visitare il bacino della Gura in quanto fino ad allora la nostra conoscenza si era limitata alla lettura di quella bellissima opera intitolata “GRAN PARADISO E VALLI DI LANZO – Le 100 più belle ascensioni ed escursioni”.

Questo libro dedica molto spazio alle ascensioni sulle bastionate della Gura, esposte ad est ed illuminate dal sole sin dall’alba. Quel colore dorato che assumono quelle rocce è incredibile e bellissimo e non può certo sfuggire all’occhio dell’alpinista. E’ quindi naturale che Grassi abbia dedicato tanto spazio a salite in cui ancora si respira il fascino dell’alpinismo vero, un po’ scomodo, eppure così ricco di avventura.

Per quella prima ”esplorazione” scegliemmo di dirigerci alla Punta di Groscavallo dove la “Cresta sud-est”, nota anche come “Gatto-Palozzi”, dal nome dei primi salitori, sembrava avere tutte le giuste caratteristiche per un primo approccio.

Eravamo in quattro, oltre a mio fratello c’erano infatti anche gli amici Paolo e Massimo.

Andammo a dormire al bivacco Rivero, più volte ricostruito sui grandi dossi alla confluenza dei ghiacciai nord e sud del Mulinet e sempre distrutto dal vento o dalle valanghe…..anche quello sarebbe poi stato distrutto ma all’epoca, seppur un po’ sinistramente cigolante, offriva ancora un valido punto di appoggio.

La mattina seguente, prima di partire, il sole lambiva già la grande bastionata alle nostre spalle, ci facemmo una foto che per la forte luce risultò poi essere un po’ sovraesposta, conferendole però un non so che di particolare, quasi di estraniazione dal tempo.

L’amico Massimo aveva un’attrezzatura a dir poco raffazzonata composta da vecchi e pesanti scarponi militari in cuoio, pantaloni della tuta e una vecchia giacca a vento, poco più che un K-way, nei cui taschini finivano i fili, collegati a una di quelle batterie piatte da 4,5 volt, di un’improbabile frontale fissata su un caschetto da operaio edile. Suppliva a quell’attrezzatura, ben peggiore della nostra, con una certa prestanza fisica che gli permetteva anche di digerire pesantissimi panini accuratamente avvolti nella carta di giornale……

Risalimmo abbastanza agevolmente, e forse senza nemmeno legarci, il ghiacciaio nord del Mulinet giungendo alle prime pendici del lungo crestone che rappresenta la via di salita.

All’inizio lo ricordo abbattuto, senza particolare via obbligata, ma poi la musica cambiò e, a dispetto della gradazione modesta, incontrammo passaggi da non sottovalutare… tant’è che a un certo punto all’altro amico, Paolo, venne anche la malaugurata idea di piantarsi un discreto volo su un, per fortuna, ottimo friend.. .proprio in un tratto esposto, a piombo sull’orrida incisione formata dalla Sella di Groscavallo…

Dopo di che passammo in testa io e mio fratello e la larga e improteggibile fessura-spaccatura, passaggio clou della salita, ci fece ricordare come i gradi degli anni ’30 non venissero per nulla magnanimamente regalati.

Verso la parte alta la salita divenne più facile, abbattendosi progressivamente e portandoci sulla cresta sommitale.

Sotto di noi il mare di nuvole e da ovest il sole che già stava iniziando la sua parabola discendente verso l’orizzonte, voltandomi a cercare di scrutare il panorama attraverso quella spessa nuvolaglia vidi a un certo punta la mia ombra proiettata e contornata da una sorta di arcobaleno. Forse lì per lì pensai di essere arrivato in Paradiso, tanto quei luoghi e quell’arrivo in vetta avevano suscitato in me emozioni indimenticabili (solo in seguito scoprii trattarsi del fenomeno atmosferico detto “Spettro di Brocken”), comunque per riportarmi sulla terra divallai in fretta al terrazzino dove mi attendevano gli altri tre.

  • Dove scendiamo?

Bella domanda… all’inizio pensavamo di calarci in doppia sul versante italiano rientrando al bivacco, dove per altro avevamo lasciato alcune cose, magari passando per la Sella di Groscavallo. Ma la visone di quel canale così secco ed orrido ad agosto ci fece desistere. Non che rimanessero molte alternative: se non volevamo scendere in Francia (per poi ritornare non si sa come in Italia) l’unica alternativa era traversare verso il Colle Girard e divallare verso il rifugio Daviso.

Dovevamo sbrigarci per raggiungere il Col de Trieves, da cui scendere sul Glacier des Sources de l’Arc per poi risalire al Col Girard e quindi scendere al Daviso… insomma la giornata si prospettava tutt’altro che finita.

Arrivati al Col de Trieves una ripida gobba di ghiaccio dava accesso a una stretta cengia rocciosa, a piombo sul sottostante ghiacciaio ma da cui lateralmente si sarebbe riusciti a scendere abbastanza agevolmente. Per ultimo scese Massimo ma subito, nei primi metri, uno degli antiquati ramponi a cinghia gli si sfilò dagli scarponi militari, per altro ormai zuppi d’acqua come i suoi piedi, e lui iniziò a scivolare. Una certa prontezza e la già nominata prestanza fisica gli permisero di schiacciarsi sulla picca… fortunatamente un tratto più morbido lo fece arrestare a poco dalla cengia e dal grande salto… assicurarsi non era possibile e non si fosse fermato forse l’avventura avrebbe avuto risvolti meno positivi…

Poi risalimmo al Col Girard e arrivammo dall’altra parte che iniziava a far buio ma ormai il rifugio era vicino.

La mattina seguente con Paolo risalii al Rivero a raccattare la roba che avevamo là lasciato.

Fu la prima nostra ascensione nel bacino della Gura, ci piacque così tanto che ci siamo ritornati tante volte, anche ad aprire alcune vie.

Però, oltre a scalare i vari pilastri, c’era una cosa che volevamo fare: la traversata integrale da nord a sud di tutta la Cresta Mezzenile detta anche del Martellot-Mulinet, partendo proprio da quel Col Girard da cui eravamo scesi la prima volta.

 

LA TRAVERSATA INTEGRALE DELLE CRESTE MARTELLOT-MULINET

Nel 2016 siamo nuovamente in quattro, io e mio fratello questa volta con Luca e Diego, detto Camisa.

L’idea è quella di fare la traversata integrale da nord a sud: partire dal Col Girard, toccare tutte le punte ed arrivare fino al Colle della Gura. Da qui invece che scendere per il Santo Stefano proseguire verso le Piatou e fare il giro dal Vallone di Sea, magari pernottando al bivacco Soardi.

Mentre la traversata classica della Cresta di Mezzenile è abbastanza una classica, soprattutto francese, la traversata integrale forse non era mai stata effettuata, almeno con le modalità da noi pensate. C’era un tratto che ci procurava qualche preoccupazione: quello dalla Clavarino al Dome Blanc du Mulinet.

  • Si passerà bene lì?

Cercammo informazioni da amici vari, guardammo attentamente foto e cartine ma c’era sempre un tratto che ci lasciava qualche perplessità.

Ma ormai bisognava “andare a vedere”, forse anzi proprio quell’incertezza ci stimolava ancor di più a partire.

L’alpinismo è innanzitutto avventura e scoperta e quindi non potevamo aspirare a nulla di meglio.

In quattro su quei terreni saremmo stati abbastanza veloci, soprattutto riducendo al minimo l’attrezzatura e portandoci appresso una sola corda per cordata.

Come in un viaggio a ritroso questa volta il rifugio Daviso rappresenterà la partenza verso il Col Girard, e non l’arrivo. Lo lasciamo all’alba, l’innevamento è ancora buono e giungiamo al Colle che è ancora notte.

Il vento che tira dalla Francia è freddo per cui non perdiamo molto tempo ed iniziamo la salita verso la prima delle punte: la Clavarino.

Qui ci coglie l’alba, una prima striscia di luce sulla lontana pianura ad est ci preannuncia l’ormai prossimo sorgere del sole. Di nuovo viviamo la magia di quella prima volta, tutto sembra come incendiarsi, i torrioni diventano rossi e poi gialli, per poi stemperarsi nella luce bianca e vivida del mattino.

Ci abbassiamo verso il Colle Martellot, siamo nel tratto incognito. Più procediamo e più le nostre incertezze però svaniscono. Superiamo un passaggio un po’ delicato su sfasciumi ma sempre procedendo slegati entriamo nel cuore del triangolo che difende la vetta del Dome Blanc du Mulinet. Per una successione di risalti, torrioni e canali separati da nervature rocciose giungiamo in vetta.

E poi via verso tutte le altre punte, su e giù per intagli e torrioni. Procediamo spediti e aiutandoci con sole due brevi corde doppie giungiamo in vetta alla Punta di Groscavallo, da dove inizia la classica traversata della “Cresta di Mezzenile” in direzione nord – sud.

Il colpo d’occhio è stupendo, siamo sul filo della cresta che divide la Francia dall’Italia, a ovest l’ampia distesa glaciale sembra quasi arrivare a lambire le punte, a est invece la ripida muraglia cade per quasi 500m sui ghiacciai sottostanti.

Verso la fine sono concentrate le maggiori difficoltà, un traverso su terreno misto ci conduce alla Punta di Mezzenile. Ma non è finita perché manca ancora l’aguzzo ed estetico Campanile di Mezzenile. Una discesa in arrampicata da un intaglio ci porta sotto il torrione finale. Superando un tratto di V grado arriviamo in vetta.

In doppia ci caliamo verso il Colle della Gura.

La traversata ora è terminata.

Almeno per me, mio fratello e Luca perché da qui non ha più senso toccare anche le punte successive……per noi ma non per il Camisa.

  • Tutte, devo farle tutte.

E così parte quasi di corsa salendo sulle punte che da questo versante sono più che altro gobbe glaciali.

Poi scendiamo tutti verso Sea.

Una bella sgambata ma ormai dobbiamo solo goderci la soddisfazione di una bella giornata di montagna.

Tranne Diego passeremo la notte al Soardi, ancora una volta assaporando le sensazioni che questo luogo sempre ci procura.

 

Luca Enrico

 

VAI ALLE RELAZIONI:

Punta di Groscavallo, 3423m | Via Gatto-Palozzi

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